L’Italia non è un paese per investimenti Esteri

L'Italia non è un paese per investimenti Esteri
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In un mercato sempre più globalizzato, l’Italia si mostra ancora in ritardo nella capacità di attrarre capitali provenienti dall’estero. A testimoniarlo è un report stilato dall’Istituto Bruno Leoni, presentato durante un convegno di Assolombarda, dal quale risulta come il nostro Paese sia piazzato al diciassettesimo posto in questa particolare graduatoria. Un dato reso ancora peggiore dal fatto che nel corso del 2015 la posizione occupata era la quattordicesima e dalla constatazione che i Paesi con cui l’Italia di trova a competere, sono piazzati meglio.

 

L’indice di globalizzazione

Lo studio in questione è dedicato alla misurazione del cosiddetto indice di globalizzazione e riguarda 39 economie ad elevata industrializzazione. Se a sorpresa è l’Irlanda a guidare la classifica, va anche ricordato come il Regno Unito ricopra la sesta posizione, davanti alla Germania, con la Francia nona e la Spagna immediatamente davanti al nostro Paese.

A fornire la base per il report sono stati tre indicatori macroeconomici, ovvero la bilancia commerciale, la connettività e gli investimenti provenienti da oltre frontiera. Se il commercio internazionale ha visto l’Italia mantenere la sua vocazione, con l’incidenza sul Prodotto Interno Lordo (PIL) che è salita dal 41 al 57% nell’arco temporale che va dal 1994 al 2015, proprio il settore degli investimenti diretti ha fatto invece netti passi indietro. Sempre nel periodo preso in considerazione, soltanto raramente questo indice ha superato l’1% del PIL. Per capire come si tratti di un dato non proprio lusinghiero, basterebbe ricordare uno studio di Unctad, secondo il quale a fronte dei 20 miliardi di dollari del nostro Paese, si staglierebbero i 46 della Francia e i 180 collezionati dal Regno Unito.Va peraltro sottolineato come proprio il nostro Paese sia quello che ha pagato più duramente rispetto ad altri dell’Eurozona il deflusso di capitali stranieri, facendo registrare movimenti in uscita pari al 4,1% del PIL, stando ai dati diffusi da un bollettino della BCE rilasciato nel marzo di quest’anno e relativo al 2016.

Il problema maggiore, secondo la maggior parte degli analisti, consiste nella mancanza di progetti di largo respiro, oltre che in un ritardo culturale abbastanza evidente, che si esplicita in una certa diffidenza verso l’acquisizione di aziende tricolori da parte di grandi gruppi provenienti dall’estero. Con la parziale eccezione dei cinesi, che soprattutto negli ultimi mesi hanno fatto shopping in Italia, chiudendo ad esempio l’acquisizione di Pirelli, Krizia e Ferretti. Una chiusura culturale che continua a pesare non meno di alcuni fattori come la tassazione troppo pesante o la farraginosità del mercato del lavoro.

Di fronte a questa situazione, proprio il presidente di Assolombarda, Francesco Rocca, ha voluto dare la sua personale ricetta, affermando come il sistema Italia debba dotarsi di una visione a lungo termine e, soprattutto, cercare di concentrare gli investimenti su progetti innovativi, promuovendo al contempo la ricerca.